Il bacio di Rose

Il bacio di Rose

agosto 2011
“Buongiorno, volevo dire che la mia situazione è drammatica, come orfana e sola con i due bimbi,
non riesco ad avere né un lavoro né una casa. I bambini e io dormiamo spesso dove capita, e non sopporto più questa vita, penso pesino al suicidio, a volte. O allora tornerei volentieri in Algeria con i miei figli come rifugiati, almeno, in caso di malattia, sarebbero assistiti. Ecco, in breve, le mie notizie, sono proprio stanca, grazie. Spero che stiate bene. Un bacio. Rose”

Rose era passata qualche settimana fa. Dalla Libia all'Algeria e il lungo viaggio fino in Costa d'Avorio, passando da Niamey. Avevamo prenotato il biglietto e poi la telefonata dalla capitale Abidjan. Le cose sembravano andare bene e poi i messaggi, ogni volta più allarmati.

Questo è arrivato stamane con la posta elettronica quotidiana, tra un saluto e una richiesta di notizie dal Niger. I suoi figli si erano sentiti male, a causa del viaggio e della fatica. Avevano entrambi vomitato e lei, con pazienza, continuava a pulire i materassini sui quali giacevano, nella sala d'attesa della compagnia di trasporti internazionali.

Rosa era partita in Libia dopo che suo marito era stato ucciso nella guerra civile in Costa d'Avorio. Orfana aveva scelto di partire solo per scappare dall'altra guerra dopo pochi mesi di soggiorno lavorativo.

Marie Laure è arrivata a Niamey due mesi fa. Abitava in un quartiere della capitale particolarmente ferito dalle violenze e le divisioni. Anyama. Dove i corpi erano abbandonati sulle strade e fuggire lontano era come portarsi dietro i volti muti di coloro che giacevano dimenticati dalla paura. Arrivata in Niger senza voler tornare indietro.

Lavora in una casa come cuoca tuttofare per trentamila franchi al mese. Appena sufficienti per sopravvivere. Vorrebbe almeno un posto dove mettere a scuola la figlia più piccola che vive con lei. L'altro più grandicello si trova presso una famiglia di persone generose incontrate sul posto. Dice che la bimba sta cominciando a cantare Allah Akbar nel cortile e vorrebbe che la figlia non dimenticasse quanto ha portato di prezioso dal paese.

La fede che i suoi padri le avevano regalato un giorno prima di lasciarla anche lei sola. Orfana come la nudità della vita quando scappa per non farsi raggiungere dalla sorella più piccola che si chiama speranza.

Poi è passato il pazzo che cerca dove poter essere operato e dice di essere un profeta da oltre dieci anni. Anche a lui è richiedente asilo in Niger e chiede di essere operato alla gola per poter profetizzare meglio. Oggi diceva che voleva i soldi per andare nel vicino Mali pensando che la vita sarebbe stata più facile che a Niamey.

Cerca da mangiare e un posto dove dormire. Neppure lui vorrebbe tornare al paese perché ha paura di essere perseguitato. E racconta la sua storia varie volte come una filastrocca dove le fate sono i nemici che le voci rendono sempre più vicine.

Rose ha mandato il suo indirizzo di posta con un messaggio nel cellulare e diceva che avrebbe dato notizie sue dopo il suo arrivo. Rose ha detto di essere orfana e di aver perso il papà dei due figli durante la guerra nel Paese. Era partita perché il suo paese era diventato una storia interrotta e tradita dai potenti di cui non resterà traccia alcuna.

Rose ha seguito il tracciato che da Algeri l'ha condotta a Niamey e fino al paese da cui vorrebbe allontanarsi per sempre. Rose dorme dove capita e non ha un lavoro. Rose vorrebbe terminare il viaggio ma ci sono loro. I piccoli che diceva essere tutta la sua famiglia e da cui non potrebbe separasi mai. Partirebbe ancora per non tornare.

Rose dice di essere stanca e di non sopportare più quella vita. Dormire e mangiare dove capita. Ogni settimana rincorre quello che non ha mai trovato e trova quanto non ha cercato.

Rose è sola coi due piccoli. Rose ha chiesto se stiamo bene. Rose ha mandato un bacio.

P. Mauro Armanino, Niamey

9/08/2011


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