La pallottola di Moussa

La pallottola di Moussa

dicembre 2011

La pallottola si trova ancora conficcata lì. Nella spina dorsale e ha reso paralizzato Moussa. Durante la guerra in Libia lui si trovava a Misrata. Ricoverato prima a Bengasi poi in Egitto e infine nell' Ospedale Nazionale di Niamey. Assistito per quattro mesi da giovani della sua famiglia che da Agadez hanno scelto di stare con lui. Non può fare più nulla da solo. Al massimo si siede per qualche minuto e tra qualche giorno lo consegneranno a sua madre. Lui ancora non sa che rimarrà paralizzato per sempre.E' figlio unico. A meno di un miracolo non potrà neppure più generare e si serve di una derivazione anche per le necessità più intime.

Ci sono i soldi per le bombe e non ci sono i mezzi per curare le persone. Avrebbe dovuto essere evacuato in Marocco per tentare l'operazione. Invano ha atteso tutti questi mesi. Volevano rimandarlo a casa con le mani vuote. Ci sono poche possibilità di guarigione e Moussa ha dolori atroci. Deve per forza prendre le medicine per lenirlo. E ha bisogno dei sacchetti per le necessità del suo corpo. La Croce Rossa internazionale, l'Organizzazione Mondiale della Sanità e altri gruppi inciampano nei meccanismi dei regolamenti. Il proiettile invece ha fatto la sua scelta definitiva.

Moussa non parlava francese ma solo arabo e la sua lingua materna.E' rimasto paralizzato per sempre. Non potrà più camminare, viaggiare come un migrante, tornare il Libia, andare sulla costa dell'oceano per far fortuna. Rimarrà a casa paralizzato come la vita. L'assistente sociale si rammarica che Moussa non sappia ancora che rimarrà così per tutta la vita. Dice che spetta al medico curante passargli l'informazione. E che lei potrà essere di aiuto sul piano psicologico e umano. Dice che ci si vuole sbarazzare di lui e che neanche tra medici vanno d'accordo.

Forse una pallottola vagante o sparata di proposito. I neri erano malvisti da molti in Libia. I mercenari potevano essere elimitati ancora più facilmente. Ferito per errore perché Moussa, Mosè, non c'entrava con la guerra. Era partito per lavorare e mantenere la famiglia che contava su di lui. L'unico figlio e la madre senza nessun altro. La politica migratoria come perfido gioco di scacchi dove le pedine vengno sacrificate al re di turno.Le tavole della legge Moussa le porta come i sacchetti di plastica che raccolgono i rifiuti del suo corpo martoriato.Per tre mesi il cambio assicurato. E invece di quarant'anni nel deserto Moussa ci resterà tutta la vita. Batterà col bastone la roccia e invece di acqua saranno le lacrime di sua madre e della sposa che non potrà più possedere.

Quattro anni in Libia e per tutta la vita a ricordare. La schiavitù del suo popolo costretto ai lavori forzati. Una storia vecchia come il mondo. Con i granai dei potenti ancora più grandi di prima e con i poveri che perdono quasi tutte le battaglie della storia. Dalla loro parte hanno solo la dignità e la libertà che si incontra sul letto d'ospedale. Moussa ha il foglio di via dal 23 di questo mese. Sua madre era venuto a trovarlo e per due settimane ha pianto suo figlio. L'unico figlio da cui sperava i nipoti suoi figli nuovi. Avevano già programmato il matrimonio con una ragazza di Agadez. Si parlano per telefono e sa della malattia. Non sa invece dell'impotenza di chi rimane paralizzato per sempre da solo.

L'altro dottore insiste per l'evacuazione in Marocco per estrarre il proiettile ancora conficcato nella spina dorsale di Moussa. E intanto passa il tempo. E' ricoverato dal 29 luglio di quest'anno. L'amico che lo assiste afferma che è un errore. Moussa è all'ospedale nazionale di Niamey dal 19 luglio. La pallottola che lo ha crocifisso a Misrata lo accompagna da molto più tempo. Per quarant'anni era durato il viaggio nel deserto e Moussa vorrebbe traversare il fiume Niger per tornare a casa. Dalla sposa promessa che ancora non sa.

Mauro Armanino, Niamey, Dicembre 2011


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