Il nome della pace

Il nome della pace

marzo 2013
Si chiama Gregoire ed è arrivato stanco a Niamey. La guerra non finiva di pedinarlo da quando si trovava a GAO nel Mali. E' rimasto nascosto per tre giorni come nel sepolcro. Silenzioso come una tomba sigillata finché coloro che volevano la sua morte si sono allontanati. Parlavano un'altra lingua e anche il dio che scongiuravano appariva straniero. La sua famiglia si era salvata per miracolo. Sua figlia minore di nome Priscilla giocava con una bambola di pezza quando era scappata con la mamma. I suoi occhi erano diventati quelli di una donna che carezza la vita. Invece Gregoire è rimasto nascosto. Solo che le guerre non finiscono mai. I restanti mesi li ha passati al confine del Niger e solo l'indigenza della sua famiglia lo ha spinto a tornare a casa. Chiede se gli conviene vendere la sua auto a Niamey. Forse ha ragione perché aumenta il numero di macchine e le stazioni di benzina. Hanno ridotto il prezzo di qualche franco perché il Paese produce petrolio cinese.

Ad ognuno la sua guerra e per qualcuno la pace. Quella che la giuria del premio Houphouet Boigny ha attribuito al presidente Hollande. L'Unesco che si occupa della cultura e della pace gli ha riservato questo ambito premio. Chi aveva presieduto la giuria in questione era già stato capo dello stato del Mozambico. Gli è stato riconosciuto l'alto contributo offerto alla pace e alla stabilità della regione. Pace per qualcuno e instabilità per la maggior parte. L'impostura è quasi perfetta come la guerra che da sempre combatte i poveri. Che vinceranno ma solo verso la fine della storia. E poi sono parte degli africani stessi che applaudono e attribuiscono i premi. Il diploma per la pace, una targa per ricordare e una busta da 150 mila dollari per festeggiare. I poveri creano ricchezza e fama a buon mercato. Fiorente come quello dell'industria bellica.

Per strana casualità è stato pubblicato il rapporto del Sipri sulle spese per gli armamenti. Nel 2010 la Francia si trova al quarto posto della speciale classifica. L'Italia che per natura ripudia la guerra si accampa solitaria al decimo posto con 37 miliardi di dollari. Lovette non si trova nella lista. Si chiama come l'amore quando è piccolo. Insegue sua figlia che non vede dalla nascita. Era il 1996 e la fragile pace di Taylor preparava l'altra guerra del Paese. Sua figlia che si chiama Mercy si trova a rincorrere i suoi 19 anni da qualche parte. Sua madre ha avuto l'altro figlio dell'esilio in Ghana e si chiama Ernest. La giustizia e la pace un giorno si baceranno e nel frattempo Lovette cerca sua figlia. Alcuni dicono averla vista in Nigeria e altri nel Mali. E' venuta in Niger perché pensava potesse trovarsi dove nessuno l'ha vista.

La guerra dei migranti non ha confini. E' una guerra con l'invisibilità che vorrebbe negoziare un armistizio. Si combatte quasi sempre di nascosto e sono in pochi a dirla. Le sconfitte si mescolano silenziose con le inutili vittorie. Le precarie tregue si trasformano in espulsioni che a loro volta sono precedute dalle detenzioni. Sono corpi che arrivano scavati da solchi che il vento e la sabbia hanno seminato tra i rovi e la buona terra. Sono guerre solitarie fatte in compagnia dei racconti migranti nei punti di ristoro e nelle scoscese solidarietà di un momento.

Sono arrivati insieme. Cinque giovani senegalesi trasfigurati dalla stanchezza e dall'abbandono. Di ritorno dall'inospitale Libia si trovano preda dello stesso incidente d'auto a Niamey. I pochi risparmi accumulati e nascosti sfumano tra le spese delle radiografie e le medicine prescritte. Neanche nella casa di accoglienza dei senegalesi c'è posto per loro e nel loro consolato non hanno voce.
Gregoire parte domattina e si trova già alla stazione del pulman. Lovette riprende le forze per continuare il viaggio tra qualche giorno. Sua figlia di nome Mercy ha ormai 19 anni per grazia ricevuta.

Il giorno che si troveranno con la madre la pace si bacerà infine con la misericordia.

Mauro Armanino,
Niamey, febbraio 2012

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